di Aldo Scorrano

E' in corso in questo periodo una seria discussione circa la possibilità di adottare un'importante misura di politica economica a sostegno di “particolari” sotto classi sociali, disoccupati e precari in primis: il reddito base (basic income o reddito di esistenza o universale o di cittadinanza). Si tratterebbe di un trasferimento monetario (per lo più statale) elargito agli individui, indipendentemente dalla loro condizione economica e dalla loro disponibilità a svolgere una qualsiasi occupazione, anche se, a seconda di chi lo propone, può assumere diverse declinazioni.

Vediamo alcuni casi. Nella provincia dell'Ontario, Canada, si condurrà un esperimento che prevede un reddito di base entro la fine dell'anno. La città di Utrecht, nei Paesi Bassi sta conducendo un programma pilota in tal senso e la Finlandia sta progettando una prova di basic income per due anni. In Gran Bretagna questa proposta sta riscuotendo un certo interesse e nel mese di maggio, un gruppo no-profit inizierà a dare a circa seimila keniani un reddito garantito per almeno un decennio e, a seconda dei risultati ottenuti, potrebbe proseguire nel tempo. Anche in Sud America ci sono delle proposte simili mentre negli Stati Uniti resta ancora poco più che un concetto.

In Italia, tra le varie proposte1, spicca quella del Movimento 5 Stelle che ne ha fatto un vero e proprio cavallo di battaglia. Il dibattito comunque, nella nostra nazione, è assai più datato: infatti è dell’agosto del 1997 la pubblicazione in rete (sul sito ecn.org) di un pamphlet intitolato “Dieci tesi sul reddito di cittadinanza” a cura del prof. Fumagalli2.

Il caso più eclatante sembra essere quello della Svizzera che il 5 giugno prossimo farà esprimere i suoi cittadini sulla possibilità di concedere un reddito di 2.500 franchi svizzeri, (circa 2.600 dollari) al mese, ad ogni adulto. Tra i sostenitori del reddito di base vi è l'ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis, che sostiene tale ipotesi con il fatto che sia necessario eleargire un reddito di base in quanto l'automazione e i robot stanno eliminando sempre più posti di lavoro, cioè sempre meno 'esseri umani' che lavorano.

Dunque il dibattito attorno al reddito di base o universale è molto vivo e apparentemente sembrerebbe anche motivato da nobili cause: un reddito incondizionato, svincolato da qualunque tipo di prestazione lavorativa, dato a chiunque. Ma come sarebbe giustificato? Sulla questione si possono ricercare diverse interpretazioni, da quella liberale (massimizzazione della quantità minima di libertà reale disponibile per ciascuno: il surfista di Malibù che passa le sue giornate a surfare), a quella femminista (il lavoro svolto dalle donne entro le mura domestiche familiari, le casalinghe), a quella post-operaista (molto semplicemente come retribuzione per un lavoro svolto ma non riconosciuto)3 e così via.

Alcuni nomi celebri del mondo politico, economico ed anche filosofico hanno postulato una loro proposta in merito al reddito di base, tra questi, per citarne alcuni: Thomas Paine, che ne accenna nel libello La Giustizia Agraria (1795) attraverso la creazione di una tassa di accesso alla proprietà fondiaria con la quale costituire un fondo poi equamente ripartito tra tutti i cittadini; Friedrich von Hayek, che propose “un reddito minimo a tutti, o un livello sotto cui nessuno scenda quando non può più provvedere a se (…) contro rischi comuni a tutti”, in quanto sarebbe rientrata in uno stato minimo la tutela dell'ordine sociale, che verrebbe messo in crisi dalla presenza di ampie fasce di popolazione al di sotto della soglia di sussistenza; Milton friedman e Lady Juliet Rhys-Williams, che proposero un sistema basato su una imposta negativa4. Un sistema in cui è definito un livello minimo di reddito a cui tutti hanno diritto; James Meade, con il suo dividendo sociale, il quale ipotizzò che, in una società dal lavoro sempre più scarso, parte dei proventi del reddito personale non avrebbero più potuto essere coperti dal reddito da lavoro, proponendo pertanto un nuovo modello socio-economico che includeva tra i suoi istituti anche un dividendo sociale e cioè un beneficio pubblico indipendente dal contributo lavorativo personale ed uguale per tutti i cittadini.

Da un primo sguardo sembrano proposte tutte interessanti e, come detto in precedenza, ispirate da buoni propositi ma, osservandole con occhi critici, le cose stanno in altro modo. Parafrasando una celeberrima frase potremmo dire che il Capitale si nasconde nei dettagli!

Per capire meglio, quindi, in “che modo” stanno le cose effettivamente, dobbiamo individuare in che ambito la proposta del reddito di base si incardina.

Essa ha sicuramente come obiettivo un nuovo sistema di tutela sociale che permetta ai governanti di “prendersi cura” di tutta quella parte di popolazione che vive in uno stato di precarietà o di disoccupazione involontaria, fenomeni quanto mai dilaganti nella odierna società. Questo aspetto, però, costituisce solo una faccia della medaglia, quella che luccica di più.

Per scoprire l'altra faccia, quella oscura, è necessario, allora, capire le reali funzioni che sottendono al precariato e alla disoccupazione e quali rapporti di forza siano celati dietro (o sotto) queste proposte.

Sullo stato di precarizzazione mi affido all'ottimo articolo scritto da Giovanna Vertova, per Il Manifesto nel 20125, sul reddito garantito, citandone un ampio ed esaustivo passaggio:

<<La vera funzione della precarizzazione sta in altro: nello stabilire un permanente potere di ricatto che rende difficilmente contestabile il comando del capitale dentro il processo immediato di valorizzazione, dentro i luoghi di lavoro. Si noti, questo è spesso vero quale che sia la qualità del lavoro, e talora addirittura quale che sia il salario.
Si può aggiungere che il reddito garantito rischia di spingere tutta la struttura dei salari verso il basso (...). I ‘padroni’ avrebbero tutto l’interesse a ridurre i salari, visto che il lavoratore percepisce anche il reddito garantito. Si indebolisce così, contro le intenzioni, la capacità contrattuale di tutti i lavoratori. Si favorisce, di conseguenza, l’istituirsi di un compromesso malsano tra padroni e lavoratori: i primi offrono salari e posti saltuari, i secondi li accettano perché intanto c’è il reddito garantito. Così i ‘lavori buoni’ spariscono e i ‘lavori cattivi’ dilagano.
Oltretutto, misure redistributive di questo tipo (come il reddito garantito, di esistenza, di cittadinanza, etc...) assumono, più o meno esplicitamente, che il capitalismo contemporaneo produca valore e plusvalore in modo stabile, e si basano su interpretazioni del medesimo quanto meno approssimative, anche se diventate ormai luoghi comuni (l’economia della conoscenza, il post-fordismo, etc.). Le classiche forme di redistribuzione hanno funzionato (laddove hanno retto) quando collocate in un contesto macroeconomico ben più sostenibile di quello presente. Basti ricordare i ricorrenti fenomeni di instabilità sia reale che finanziaria che si sono susseguiti negli anni più recenti, che rendono le misure meramente redistributive alquanto illusorie, salvo l’illusione nutrita da qualcuno che così si possa davvero sostenere la domanda effettiva.
Si riproduce così un vecchio errore del sottoconsumismo, e si dimentica che la dinamica macroeconomica è sostenuta dalle componenti autonome della domanda: investimenti, esportazioni nette, spesa pubblica, oggi il consumo gestito ‘dall’alto’ dalla politica monetaria. La redistribuzione potrà spingere verso l’alto la domanda effettiva solo dentro una politica economica alternativa caratterizzata da una ridefinzione strutturale molto più forte della domanda e dell’offerta, ben diversa dalla pallida ri-regolazione e politica industriale per incentivi e disincentivi (…).
Misure come il reddito garantito possono forse rendere più sopportabile la precarietà nel breve periodo, ma non la eliminano veramente: semmai la cristallizzano e la congelano. Determinano condizioni di maggior debolezza per i lavoratori, poiché rendono più accettabile la frammentazione del lavoro e conducono all’abbandono della lotta per un lavoro vero e garantito per tutti.>>

Per dovere di cronanca va annoverata una interessantissima discussione6, sorta attorno alla pubblicazione di questo articolo su Il Manifesto, che vede come partecipanti, tra gli altri, Andrea Fumagalli, Stefano Lucarelli, Joseph Halevi e Riccardo Bellofiore.

Non credo sia necessario aggiungere altro ma, prima di proseguire, vorrei rimarcare questo significativo passaggio che mi permetterà di effettuare un collegamento importante: “Misure come il reddito garantito (…) conducono all’abbandono della lotta per un lavoro vero e garantito per tutti”.

Il nodo, pertanto, della faccenda non è tanto se un reddito di base sia o meno giusto (e giustificabile) come soluzione al precariato o, in extrema ratio, alla disoccupazione ma, come afferma Giovanna Vertova, se non sia meglio lottare per un vero e garantito lavoro per tutti.

Se, come molti sostenitori affermano, il reddito di base (o di cittadinanza o di sussistenza o minimo universale...) sia una misura di politica economica che restituirebbe dignità all'individuo allora bisogna anche interrogarsi su questo punto.
Federico Caffè,
uno dei maggiori economisti italiani, scriveva che “il pieno impiego non è soltanto un mezzo per accrescere la produzione [...] è un fine in sé, poiché porta al superamento dell’atteggiamento servile di chi stenta a procurarsi un’opportunità di lavoro o ha il continuo timore di esserne privato. In altri termini, i vantaggi di una situazione di pieno impiego vanno considerati anche e soprattutto sul piano della dignità umana”.

Dunque il lavoro non inteso come sfruttamento, annullamento e alienazione ma come “strumento” di realizzazione personale.

Che cos’è il lavoro, dunque, cosa significa lavorare? E' solo una questione esclusivamente legata a fattori economici come un'attività produttiva?

Per Freud, ad esempio, il senso della vita era da ricercare nell'amore e nel lavoro:

“[...] Ma il lavoro è anche un pilastro fondamentale su cui si costruisce il legame sociale: “Dopo che l’uomo delle origini ebbe scoperto che dipendeva dalle sue mani - ciò va inteso letteralmente -  migliorare la propria sorte sulla terra col lavoro, non poté più essergli indifferente se un altro lavorasse con lui o contro di lui. L’altro acquistò il valore di un compagno di lavoro, con cui era utile vivere insieme”.7

L’assenza del lavoro, la perdita di lavoro producono quindi isolamento e sofferenza.

“[...]Chi è il precario, allora, se non un soggetto che non è più in grado di recuperare quella dimensione identitaria che lo lega ad altri lavoratori, suoi simili, in relazioni sociali condivise. Egli diviene individuo incompleto, monco, puro ingranaggio, intercambiabile, mera forza lavoro. Egli è soggetto a subire, in attesa di cambiamento, di spostamento, molto spesso di un peggioramento. Talvolta si trova a pregare (precario dal latino prex, precis) con suppliche ciò che, da diritto che era, ora gli viene concesso per grazia.”8

In quest'ottica il lavoro è sicuramente inteso come una relazione sociale, un legame: è uno dei fondamenti di una società.

Le possibili declinazioni del concetto di lavoro costituiscono infatti la base stessa delle diverse civiltà. L’idea di “democrazia fondata sul lavoro” ci dovrebbe rimandare ad una società che immagina il lavoro come uno strumento di liberazione individuale e di emancipazione personale all’interno di un condiviso interesse generale. La democrazia si rafforzerebbe proprio grazie a questa concezione di lavoro: l’impegno ed il merito individuale premiati in una cornice di interesse generale.

A questo punto per scoprire bene l'altra faccia (quella oscura) della medaglia (cioè le varie proposte sul reddito di base), oltre alla precarietà va analizzata anche la disoccupazione come altro fattore determinante in mano al Capitale per portare avanti una lotta che si è capovolta e che vede soccombere i lavoratori.

Se, pertanto, usciamo dalla logica di essere considerati dei meri consumatori (consumo ergo sum) ma, piuttosto, come affermato sopra, guardiamo al lavoro come una forma di realizzazione personale, che da dignità all'uomo, allora perchè non considerare il fatto che sarebbe meglio un lavoro garantito piuttosto che un salario garantito e, pertanto, iniziare a lottare per ottenerlo? E qui il collegamento alla frase della Vertova, riportata in precedenza, assume una valenza maggiore: “lotta per un lavoro vero e garantito per tutti”.

Se, ad esempio, consideriamo la disoccupazione come una specie di malattia, allora possiamo ipotizzare che vi siano delle cure o che se ne stiano preparando alcune.

Come sostiene L. Randall Wray qualcuno tenta il cosiddetto «prodotto civetta» che consiste in una cura basata sul Salario Minimo Garantito (Basic Guaranteed Income), cioè una elargizione monetaria invece che dei posti di lavoro. Secondo il professor Wray questa proposta non sarebbe in grado di curare la malattia della disoccupazione, in quanto sarebbe come fornire degli antibiotici (salario minimo) invece che delle vaccinazioni (posti di lavoro) per combattere la poliomielite (disoccupazione). La giustificazione di tutto ciò risiederebbe nel fatto che se si offrisse un Salario Minimo Garantito alle persone allora queste potrebbero ancora scegliere di lavorare se ne hanno voglia. In realtà non possono, perchè, allo stato attuale, non ci sono posti di lavoro disponibili. Se qualcuno è involontariamente disoccupato, magari perhè è stato appena licenziato, costui vuole un posto di lavoro. Il Salario Minimo Garantito non cura la malattia della disoccupazione. Ma neanche uno stimolo, sic et simpliciter, alla domanda potrebbe essere efficace nella creazione di posti di lavoro: si aumenta la spesa e si spera che i consumi inneschino una sorta di meccansimo tale da generare un incremento di produzione che faccia aumentare i posti di lavoro, ma non è così. Questo è quello che dice Wray a proposito:

“La teoria è che se il governo spende abbastanza sulla domanda «generale», verrà creato un numero sufficiente di posti di lavoro in modo tale che tutti (?) quelli che ne vorranno uno, l’avranno. Se spinti, ammetteranno di non voler dire proprio «tutti». Vogliono dire che il tasso di disoccupazione involontaria sarà ridotto «sufficientemente». Sufficientemente per chi? Beh, per chi ottiene il posto di lavoro.

Vedete la citazione di Vonnegut qui riportata. Coloro i quali non ottengono posti di lavoro non sono meritevoli. Andrà meglio il prossimo anno. Migliora te stesso in modo tale che riuscirai ad ottenere un posto di lavoro e qualche altro sfortunato stupido diventerà disoccupato. Ci sono sempre vincitori e vinti e può capitare di essere un vinto. Nella prossima vita, scegliete genitori migliori. Sapete cosa fare. E sì, questo significa che le persone di colore avranno tre volte il tasso di disoccupazione dei bianchi più fortunati (e nella maggior parte dei casi, le donne avranno i più alti tassi di disoccupazione), ma questa è solo una questione di fortuna quando si parla della creazione di posti di lavoro attraverso lo stimolo alla domanda.

Anche in questo caso, si tratta di un argomento da «prodotto civetta». Unendo gli stimoli alla domanda probabilmente si creeranno più posti di lavoro. Per tutti? No.

Inoltre si pone la questione riguardo il cosa spendere. Fatta eccezione per casuali casi di cosiddetti «helicopter drops of money» (letteralmente denaro lanciato giù dall’elicottero), o tagli fiscali, tutta la spesa (e i tagli fiscali) sono mirati. L’unica domanda è a chi. E’ davvero strano che molti oppositori della Politica del Lavoro Garantito non amino la natura mirata del programma, tuttavia, a loro piace la natura mirata della spesa approvata dal Congresso (Governo, ndt), che andrà ai soliti sospetti: grandi oligopoli che tendono ad avere i lavoratori più qualificati e retribuiti e un forte potere sui prezzi, così come le tanto diffamate cattedrali nel deserto. Ed infine, si elude il problema dell’inflazione. Se i posti di lavoro saranno davvero sufficienti, sarà almeno in parte perché la politica del pump priming spinge verso l’alto i salari e i prezzi in quei settori sufficientemente privilegiati che i datori di lavoro cercano per i lavoratori meno auspicabili”9.

In generale si pensa che basti invocare politiche keynesiane e tutto si risolve. Keynes, in realtà, non si è espresso completamente su come sostenere politiche di bilancio che vengano indirizzate esplicitamente e direttamente a favore dei disoccupati, anche se in tutti i suoi scritti emerge un chiaro progetto a favore di un programma di lavoro “all’occorrenza” permanente e disponibile a tutti.

A fornire una soluzione, invece, ci ha pensato Hyman Minsky, con i suoi studi sulle politiche del lavoro.

La proposta del professor Wray, che poi è anche un pilastro della Teoria della Moneta Moderna (MMT), è proprio basata sugli studi di Minsky, in particolare sulla sua proposta di assegnare allo Stato il ruolo di "Datore di Lavoro di Ultima Istanza" (Employment of the Last Resort – ELR).

In chiave MMT si parlerebbe di Politica del Lavoro Garantito (Job Guarantee). In pratica si creanoo (lo Stato crea!) posti di lavoro per chi li vuole e si formano i lavoratori direttamente sul campo. Se il lavoratore si qualifica al punto da accedere ad un lavoro migliore, con una retribuzione più alta, potrà uscire dal sistema del lavoro garantito ed entrare nel mercato del lavoro vero e proprio. Nel frattempo, hanno ottenuto il lavoro e sono autorizzati a contribuire alla produzione sociale. Alcuni sostengono che la Politica del Lavoro Garantito sia solo «workfare», che costringe le persone a lavorare. Non è così. Essa fornisce un posto di lavoro a chi lo desidera.

Si assumono i disoccupati involontari: tale condizione, quella di involontario, presuppone una situazione che non si vuole; disoccupato significa, appunto, senza lavoro. Le persone involontariamente disoccupate vogliono lavorare. La Politica del Lavoro Garantito offre posti di lavoro. Nessuno è tenuto a prenderne uno. Tale Politica può essere aggiunta a qualsiasi rete di sicurezza che la società desidera. Ecco perché si definisce una politica «add-on».

Pertanto, almeno dal punto di vista di chi scrive, se una lotta deve essere intrapresa allora sarebbe meglio portarla avanti considerando che un lavoro garantito è meglio di un salario garantito!

A questo punto, però, va fatta una considerazione. Anche se tali politiche del lavoro aprirebbero la strada alla piena occupazione, avremo comunque delle resistenze che ne potrebbero impedire il raggiungimento, come ben spiegato dall'economista M. Kalecki nel 1943: un'analisi che, sorprendentemente, ha un'attualità disarmante. Egli sostenne, infatti, che eventuali investimenti pubblici per prevenire la disoccupazione, “compiuti per mantenere l'alto livello di occupazione raggiunto nella fase successiva di espansione economica, incontrerebbero una forte opposizione da parte dei “dirigenti delle imprese”. In questa prospettiva un perdurare dello stato di piena occupazione non sarebbe affatto di loro gradimento “I lavoratori “sfuggirebbero di mano” e i “capitani d'industria” sarebbero ansiosi di “dargli una lezione”.

In queste poche righe emerge prepotentemente un problema: le dinamiche sottostanti alle scelte politiche e di politica economica, i rapporti di forza tra classi, costituirebbero il vero terreno sul quale si giocherebbe la partita nonostante, teoricamente, una situazione di pieno impiego potrebbe essere effettivamente, in senso tecnico e macroeconomico, raggiunta.
Non essendo, però, questa tematica l'oggetto della presente trattazione, non c'è bisogno di dilungarsi oltre. E' stata appena accennata solo per far comprendere che anche se esiste, sotto un profilo teorico, un percorso (politico ed economico), che può sembrare il migliore in materia di lavoro e occupazione, questo non è mai privo di ostacoli.

In conclusione, stante quanto appena scritto, e restando strettamente legati alla sfera economica, il dilemma che si pone è riferito a chi oggi dovrebbe (e potrebbe) finanziare queste proposte, dando per scontato (si spera) che non è certo auspicabile che tali finanziamenti provengano dalla tassazione (si tengano a mente gli effetti dell'austerity e la forte e drammatica erosione del risparmio privato). Queste proposte di politica economica richiederebbero, invece, massicci investimenti diretti statali, che si tradurrebbero in un forte aumento della spesa pubblica in deficit.

Sembra quasi lapalissiano doverlo scrivere ma se, attualmente (dati gli attuali vincoli finanziari a partire dai parametri di Maastricht fino ad arrivare al pareggio di bilancio), non può essere lo Stato a salvarci, allora chi lo farà...?


Fonti consultate:


Autore: Aldo Scorrano - CSEPI

Data: 27/05/2016


Note:

1Proposte: REIS, M5S, SEL, Civati

3Se, nell’epoca postmoderna, la produzione non è più rinchiusa negli spazi e nei tempi assegnatigli dal fordismo ma, grazie soprattutto ai fenomeni di terziarizzazione, si estende a tutto il tessuto sociale; se cioè la vita stessa (coi suoi affetti, saperi, relazioni) è diventata immediatamente produttiva, tanto da far saltare la tradizionale distinzione tra lavoro e non lavoro; allora ciò che dà diritto al reddito non è più l’avere (rendita) o il fare (salario), ma il semplice fatto di essere. In altre parole, esiste una ricchezza sociale prodotta collettivamente al di fuori dei circuiti del comando capitalistico, di cui il capitale non fa che appropriarsi surrettiziamente (e gratuitamente). Tratto da: Filosofia e reddito di base. Tentativi di giustificazione, Lorenzo Coccoli.

4Mentre la tassazione positiva - cioè quella tradizionale - avrebbe insistito solo sui redditi superiori a questa soglia, quanti si trovavano al di sotto avrebbero beneficiato di una tassazione negativa, avrebbero cioè ricevuto dallo Stato un beneficio pari alla quota necessaria al raggiungimento della soglia stabilita. M. Friedman, Capitalismo e libertà (1962), Ed. Studio Tesi, Pordenone 1987.

5Da Il Manifesto di domenica 4 giugno 2006, un articolo di Giovanna Vertova sul reddito minimo garantito.

7S. Freud, Il disagio della civiltà, in Opere, cit., vol. X, p. 589

8P. Andreoni, Tempo e lavoro, cit., p. 221