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di Gianfranco La Grassa

L’ultimo discorso tenuto da Obama è stato ovviamente autoelogiativo. Secondo lui negli ultimi 8 anni gli Usa si sono rafforzati. E’ logico che abbiLa Grassaa detto così; in realtà, è avvenuto il contrario se non altro per quanto riguarda la credibilità di quel paese che ha aiutato in tutta evidenza i “terroristi” Isis e poi li ha (forse) scaricati dopo aver creato una serie di disordini, provocando l’intervento russo in Siria con, alla fine, un qualche suo successo che ha indebolito le posizioni americane in Medioriente; mentre l’Arabia Saudita, ottimo alleato degli Usa, ha subito forti ridimensionamenti della sua influenza e capacità di intervento nella zona. E gli ultimi avvenimenti di Ankara e Berlino non cambiano questa situazione più complessiva. Del resto, anche in Ucraina la situazione è sempre in fase di stallo e non si è al momento risolta minimamente a favore del governo di Kiev. Per il resto il discorso, pur con toni apparentemente più morbidi del passato, ha ribadito le linee direttrici della strategia Usa della presidenza Obama (che si voleva proseguire con la Clinton) e ha ribadito le presunte interferenze russe nell’elezioni di Trump.

Anche l’Fbi ha ultimamente sostenuto, con la Cia, l’influsso russo in questa elezione. Qualche tempo fa, alcuni membri del Congresso avevano invece riferito che l’Fbi smentiva le chiacchiere della Cia a tal proposito. Di recente, i capi delle due organizzazioni si sono dichiarati d’accordo. Piuttosto incredibili le dichiarazioni dei due Servizi detti segreti, che hanno rivelato notizie atte a screditare il nuovo presidente del paese. E’ facile prevedere che la campagna contro Trump non finirà nemmeno dopo il suo definitivo insediamento (20 gennaio) e dobbiamo attenderci ulteriori puntate di tale “commedia”; impossibile invece prevederne con precisione l’esito. Meglio attendere l’avvio della presidenza Trump e quanto verrà messo in cantiere dagli Usa in politica estera (e anche interna in parte) nel prossimo anno.

La decisione della UE di rinnovare, pari pari, le sanzioni alla Russia per il suo comportamento in Ucraina dimostra che comunque quest’organismo, ormai in fase di crescente sputtanamento presso quote rilevanti delle popolazioni europee, continua a sposare le tesi dell’amministrazione Obama (e Clinton). E’ ormai assai chiaro quale deve essere l’orientamento delle opposizioni ai governi europei in carica; e ciò vale in modo particolare per l’Italia. Addosso alla UE; nessuna accettazione di proposte di sua riforma, mera misura difensiva degli europeisti incalliti, ormai i nostri principali nemici. E’ indispensabile sciogliere questo tipo di unione, che andrà semmai poi rifatta a partire dal coordinamento tra alcuni paesi europei principali (Germania e Francia in testa). Il programma di ogni serio partito d’opposizione ai governi servi degli Stati Uniti (da ben 70 anni, e in modo ancora più smaccato dopo il crollo del “socialismo reale”) deve porsi tale compito quale prioritario.

Fra l’altro, una seria politica anti-UE delle varie opposizioni in molti paesi europei importanti (soprattutto quelli appena citati, e possibilmente pure l’Italia) aiuterebbe Trump contro tutte le manovre che verranno svolte nel suo paese per rovesciarlo, “farlo fuori” in qualche modo o, quanto meno, costringerlo ad un mutamento rilevante dei propositi da lui fin qui manifestati. Occorre insomma una radicale svolta in politica estera di alcuni decisivi paesi europei. Questa svolta non potrà essere effettuata senza una completa revisione degli intenti che hanno retto il comportamento europeo in seguito alla sconfitta subita nella seconda guerra mondiale; perché non sono state battute solo Germania e Italia, ma pure Francia e Inghilterra. L’intera Europa ha perso e subìto un ridimensionamento radicale del suo effettivo peso nella politica internazionale (da ciò la vecchia ben nota battuta: Europa gigante economico e nano politico). E’ ora che essa torni un’area importante nel mondo, lasciando da parte l’Inghilterra se vorrà comportarsi da “stelletta” della bandiera Usa.

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E’ indispensabile non attenersi più alle vecchie definizioni della sinistra (progressista) e della destra (conservatrice). Malgrado tutte le giuste considerazioni circa il superamento di questa distinzione, non siamo riusciti a trovare nuove loro “etichette”. Indubbiamente, pensare che siano la stessa cosa – magari soltanto perché ampi settori della sinistra, detta un tempo riformista, sono divenuti liberisti come gran parte della destra – non è esatto, poiché ci sono settori sia di sinistra che di destra in fondo statalisti o qualcosa di simile. Eppure, su questioni di costume e per quanto riguarda certe concezioni “ultramoderne” in fatto di “genere sessuale” (e di pratiche dello stesso), permangono notevoli differenze. Temo sia sbagliato, quindi, insistere sul fatto che non esistano più la destra e la sinistra, che sarebbero indistinguibili. Il vero fatto è che quello schieramento politico denominato sinistra non è più quello di un tempo.

Fino agli anni ’70 (e, sempre più confusamente, per alcuni anni successivi) la sinistra si divideva in socialisti (o socialdemocratici) e comunisti. I primi propugnavano una convivenza con le forze capitalistiche, proprio quelle che si rappresentavano nella proprietà privata dei mezzi di produzione, proponendo misure di riforma, qualche nazionalizzazione di imprese, una politica economica vagamente keynesiana e, in generale, una riforma dell’amministrazione pubblica che avrebbe dovuto dotarsi di alcuni settori di spesa a favore dei meno abbienti (stiamo parlando insomma del cosiddetto Stato sociale). Per inciso ricordo che, all’inizio, la sanità pubblica (quindi con larghi margini di gratuità), era prevista fino a certi livelli di reddito; poi divenne generale. Rammento bene i comunisti scandalizzati perché perfino Agnelli sarebbe potuto andare a curarsi senza spendere. I quali comunisti erano inoltre, più in generale, per la trasformazione radicale della società capitalistica; con il grave errore (in termini di teoria marxista cui aderivano) di ritenere che la proprietà statale (e quindi l’espropriazione di quella privata e la sua “nazionalizzazione”) fosse già per l’essenziale un avviarsi alla società socialista (quella comunista non fu mai ritenuta realizzabile in tempi ravvicinati da nessun serio appartenente ai partiti di quell’orientamento; l’attribuzione ad essi di simile credenza è dovuta all’ignoranza e ottusità degli anticomunisti viscerali, ancor oggi maggioritari nelle componenti di destra).

E’ però indubbio che dopo la seconda guerra mondiale, negli anni ’50 e ’60, si ebbe comunque una negativa trasformazione dei vari partiti comunisti, la cui base si comportò in modo tale da trasformarli in una sorta di “chiesa”. La fede principale fu però quella nel “capo”, una sorta di Papa, e nel suo contorno di alti “prelati”, di “cardinali”. Era impossibile criticare i vertici di tali partiti; la base trattava subito da eretico chi si accingeva a tale impresa. I regolamenti di conti avvenivano appunto solo tra gli alti dirigenti, soprattutto per ordine del “Papa”, che faceva decadere (magari talvolta anche morire) alcuni “cardinali” e ne nominava altri. In rari casi poteva cadere in disgrazia pure il Papa; in genere dopo la sua morte, come accadde a Stalin (Krusciov, invece, fu destituito in vita dalla carica e da ogni organismo del partito). Anche nel Pci, inutile tentare di mettere in discussione quanto sosteneva Togliatti e, più tardi, Berlinguer. Quando quest’ultimo, sia pure in modo coperto, cominciò a intavolare trattative con gli Usa e con l’atlantismo in genere, non fu mai veramente disturbato nel suo partito. Non ci si poteva opporre al “Papa”, i credenti della base si infuriavano e lo difendevano con tutta la loro fede. E così il Pci mutò gradualmente, ma infine a 180°, la sua posizione internazionale; e la base (in specie quella operaia), considerata ancora per qualche tempo (ma ormai in aperta malafede) il “soggetto” della trasformazione anticapitalistica, seguì sempre il “capo” e il suo contorno “cardinalizio”, salvo più che esigue minoranze. Dove si sarebbe necessariamente arrivati, mi sembra fin troppo chiaro.

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Già a partire dagli ’80, malgrado ci siano sempre stati strascichi di vario genere, si può considerare del tutto esaurita la credenza che la “classe operaia” (per alcuni Classe per eccellenza) fosse il soggetto trasformatore della società capitalistica in altra detta socialista o, dai più “incolti”, comunista. Ho già mille volte chiarito l’equivoco di chiamare “classe” qualsiasi gruppo sociale che si scontra con altri nella società ormai capitalistica già a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Classe è un concetto e come tutti i concetti esige una precisione definitoria che i marxisti hanno via via perso. Inoltre per Marx si trattava – in quella fase che lui pensava caratterizzata dalla trasformazione del capitalismo in socialismo, primo “gradino” della società che sarebbe dovuta in seguito divenire comunista – dei “produttori associati” (dal “primo dirigente all’ultimo giornaliero”, cioè al più basso livello esecutivo); mentre nel XX secolo tale classe divenne, per i marxisti, soltanto quella degli operai, dei lavoratori salariati esecutivi nella sfera produttiva, non certo in quella del commercio, del sistema bancario, ecc.

Detta “classe” non fu mai tale, secondo il suo concetto; divenne semplicemente un raggruppamento sociale che, man mano che si completava il passaggio delle diverse società (nei vari paesi) da agricole a pienamente industriali, combatteva (giustamente) per migliori condizioni di vita e di lavoro; cioè, secondo l’impostazione marxiana, per il mutamento dei rapporti di distribuzione (del reddito prodotto) e non per la trasformazione (rivoluzionaria) dei rapporti di produzione (da capitalisti a socialisti per l’appunto). Dopo cent’anni e più di fraintendimenti e di sempre rinnovate speranze di rivoluzione, negli ultimi decenni del secolo scorso si esaurì finalmente l’ubbia del carattere rivoluzionario dei ceti operai (in senso stretto), divenuti fra l’altro sempre meno consistenti con il passaggio al cosiddetto “terziario” nello sviluppo dei paesi capitalistici (e anche i ceti detti dominanti di questi ultimi sono profondamente cambiati).

I “sognatori” della “rivoluzione” anticapitalistica si attestarono, ma già in numero decrescente rispetto a chi nutriva le fantasie della “rivoluzione proletaria” guidata dagli operai, sulla speranza riposta nella rivolta del cosiddetto “terzo mondo” (i paesi detti “sottosviluppati” e “arretrati”); si ripiegò insomma sull’altra fantasia, d’origine maoista (diciamo che si attribuì tale concezione a Mao come molte altre pur esse poco sensate), delle “campagne” (i paesi del terzo mondo appunto) che accerchiavano le “città” (i paesi capitalistici avanzati con tutta la loro classe operaia, che al massimo avrebbe nutrito qualche solidarietà da diseredati a diseredati; anche se “diseredati” di ben diverso livello di benessere). Il terzomondismo (cui mai aderii né in teoria né in pratica) era chiaramente l’ultima spiaggia di chi sognava la rivoluzione affrancatrice dell’intera umanità, ineluttabilmente proiettata verso le “meraviglie” dell’eguaglianza e della fratellanza fra tutti gli “oppressi”. Un corollario, del tutto errato, fu che i paesi capitalistici vivevano dello sfruttamento dei paesi di questo terzo mondo; senza di essi, il capitalismo sarebbe morto soffocato, d’asfissia, per l’impossibilità di realizzare il plusvalore prodotto dai suoi operai (anche questi, quindi, sempre più impoveriti, si sarebbero infine rivoltati).

Una speranza (in realtà, una disperazione) dietro l’altra; il terzo mondo, nei suoi più popolosi paesi (Cina, India, Brasile, ecc.), deluse di nuovo i sognatori del “riscatto umano”. Pur con tutte le difficoltà e l’accentuarsi – tipico di ogni processo di sviluppo – delle differenze tra vari strati sociali, il terzo mondo si è dissolto e ha dato origine alle altre fantasticherie del BRICS quale motore di nuova trasformazione (rivoluzionaria, manco a dirlo), pur essa in via di ineluttabile avvitamento su se stessa. E allora che cosa hanno fatto i sognatori di tutte le rivoluzioni fallite miseramente, dopo aver perso ogni possibilità di guidare masse proletarie e/o contadine verso i luminosi destini dell’“emancipazione umana universale”? Si sono bellamente trasformati in rappresentanti di un “mondo nuovo”, scintillante di idee che rivoluzionano ogni vecchio e tradizionale costume, la vecchia morale, ecc. Il tutto però facendosi ben finanziare da nuovi settori capitalistici, abbastanza furbi da capire come anche le “rivoluzioni” – basta che non intacchino il loro vero potere, situato nelle sfere sociali della politica e dell’economia e si limitino appunto a portare avanti nuove “ideologie libertarie”, puramente ispirate al “fai tutti i c…. che ti piace fare” – si traducono in un rafforzamento di questo loro potere.

E la sinistra, oggi, questo è diventata. Si è fatta portatrice di “nuove idee”, che non hanno più nessuna base nello “sfruttamento”, cioè nell’estorsione di pluslavoro/plusvalore dagli operai, dai “dannati della terra” (i popoli dei paesi sottosviluppati). L’idea del “fai che c…. ti piace di più fare” si è ricongiunta con la vecchia idea del “sii pietoso con i miseri”, concedi loro tutto quello che puoi concedere. Naturalmente sotto l’attenta supervisione dei poteri effettivi, sempre vigili, che sanno ben orientare queste vecchie ubbie (in veste parzialmente nuova) al fine di rinsaldare la loro preminenza.

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Questa è ormai quella che chiamiamo sinistra e che continueremo stancamente a definire così senza accorgerci che non si tratta più, nemmeno per l’1%, della vecchia forza politica durata fino a circa mezzo secolo fa; e tramontata con il ’68, travisato anch’esso in svolta dell’“umano” sentire, di un nuovo rivolgersi “fraterno” verso i propri simili; e che si è trasformato nel peggiore dei mondi possibili, dove ogni vera umanità – che deve riconoscere anche i suoi limiti, anche il “male” che l’attanaglia e la rende densa di significati effettivamente evolutivi, l’avvia verso “profondità” da accettare e sondare, non da ignorare con irresponsabile superficialità – è stata travolta e resa conforme ai reali poteri che dominano il mondo; e di cui torme di insensati chiamati intellettuali sono dei propagandisti ormai fuori di cervello. Tuttavia è così: l’assennatezza è retrò. Spesso lo è veramente, ci si limita ad arretrare verso il vecchio mondo. Questo è a volte il comportamento della cosiddetta destra, che semplicemente ripiega su quelle posizioni dette, con una certa acutezza, “antitetico-polari”, mirabilmente utili a far risaltare la falsa brillantezza delle infinite porcherie che s’inventa la sinistra post-sessantottesca.

Prendiamo ad esempio l’ultima “scoperta” di quest’ultima: l’accoglimento indiscriminato dei provenienti da altri mondi, completamente diversi dai nostri, che fuggono da “laggiù” per venire dove credono di trovare salvezza e benessere. Sia chiaro che questo fuggi fuggi è stato provocato – e per certi versi anche in modo consapevole – da quella strategia degli Usa (di Obama-Clinton), che ha creato il massimo caos con le sue operazioni dirette non più al vecchio neocolonialismo. Faccio un inciso per spiegare questo bisticcio di termini. Il vecchio colonialismo (anglo-francese soprattutto) occupava realmente i paesi colonizzati. Quello americano del dopoguerra (che ha scalzato del tutto il precedente) si è basato sul sostegno a forze locali, perfino elette “democraticamente” (sovente, invero, con qualche aiuto “extra”), le quali detengono il potere favorendo la penetrazione degli Usa in tutti i sensi (non solo economicamente, ma in quanto autentica “sfera d’influenza”). Con la dissoluzione del cristallizzato bipolarismo (Usa-Urss), dopo un primo assai breve periodo in cui sembrava che ci si avviasse al monocentrismo statunitense, si è pian piano venuto delineando un ben diverso mondo tendente al multipolarismo. La nuova strategia americana ha pensato bene di creare, almeno per un discreto periodo di tempo, una vasta zona di continuo disordine, delle vere “paludi melmose”, con poteri “in carica” deboli, anche se costretti, proprio per questo, a usare metodi “d’amministrazione” assai duri e violenti, solo capaci di accrescere i disordini, che al “team” dirigente statunitense degli ultimi mandati presidenziali è sembrato il più conveniente per intervenire in modi svariati. Uno di questi è la creazione del “Male” (ad es. quello “terroristico” e islamico, tipo Al Qaeda e poi Isis e via dicendo) al fine di intervenire per combatterlo, ma in modo da favorire comunque l’avvento alla direzione di dati paesi di forze politiche assai deboli, orientate dai centri americani in questione.

Il disordine creato in vaste aree, soprattutto dell’Africa e del Medioriente, ha favorito la massiccia fuga di quote consistenti della locale popolazione, che si è riversata verso l’Europa e dunque pure l’Italia. Ho avuto la sensazione che questo “effetto collaterale” della strategia americana del caos fosse proprio voluto da oltreoceano per meglio controllarci visto che, dopo settant’anni di “liberazione”, stanno sorgendo in Europa determinati gruppi contrari all’attuale sua organizzazione pensata in funzione della nostra servitù agli Usa. Tuttavia, mi sembra che ora si possa anche constatare un’ulteriore conseguenza di tale fenomeno. Le odierne dirigenze europee intendono sfruttarlo per trovare appoggio nel reprimere le insorgenze autonomistiche (accusate, chissà perché, di populismo, in molti casi direttamente di fascismo o perfino nazismo). La vittoria di Trump ha creato disorientamento in simili dirigenze. Innanzitutto, bisognerà vedere se il neoeletto manterrà certi suoi propositi, che indubbiamente mettono un po’ in crisi la piatta subordinazione della UE. In ogni caso, quest’ultima si prepara al peggio e accentua le sue posizioni; come dimostra l’insensata proroga delle sanzioni anti-russe.

Quali le finalità di simili “bravi figli” dei “padri dell’Europa”, che la svendettero agli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale? A più lungo termine, influenzare una vasta massa elettorale riconoscente per l’accoglimento. In tempi più brevi, se fosse necessario, il reclutamento di bande di violenti – così divenuti in seguito allo sradicamento dalla propria cultura e terra e alle difficili condizioni qui incontrate – per sostituire una polizia e apparati di sicurezza, che saranno sempre più demotivati e magari incerti nel reprimere le proprie popolazioni, al fine di ridurre al silenzio (magari “tombale”) le voci di dissenso via via più numerose. Il mutamento, sopra accennato, della “sinistra” – che ormai non ha più alcun seguito particolare in una “classe” (operaia) nient’affatto rivoluzionaria né nei “dannati della terra”, che avrebbero dovuto combattere l’imperialismo e “accerchiare” le “città capitalistiche – ha creato alcuni vasti settori di “rimbecilliti” pronti al “volemose bene”; ma tanto bene che, non appena si accorgono del rifiuto del loro “credo” misericordioso da parte di molti gruppi sociali e politici europei, diventano acidi e intolleranti.

Questi falsi “democratici” che ho definito semicolti – perché hanno particolare seguito in dati settori di ceto medio, e soprattutto di quello che si “arrangia” nella sfera “pubblica” – sono la “base” manovrata da autentici farabutti e, lasciatemelo dire, effettivi delinquenti che non credono minimamente ai predicozzi “buonisti”, soltanto utili ai loro sporchissimi affaracci e a quelli degli imprenditori “cotonieri” ormai dilaganti dopo l’affossamento di quella che fu l’IRI (vera gloria italiana del tutto infangata dai giornalacci di questi banditi che giocano al liberalismo) e il resto dell’industria di tipologia pubblica; che andava invece difesa non tanto per questo suo carattere, ma perché, per ragioni storiche nostre peculiari, essa ha riguardato settori strategici (tipo l’energia) e di rinforzo di una nostra almeno parziale autonomia, mentre quella privata, in linea generale, è sempre stata pronta ai più bassi servizi allo straniero (ben anticipò l’8 settembre ’43, trattando segretamente con gli “alleati” continuamente).

Si tratta di un insieme di sostanziali traditori. Essi sono stati contrastati dal settore “pubblico” per circa tre decenni dopo la guerra, ma poi hanno prevalso a grado a grado fino alla vergogna e infamia attuali delle loro scelte politiche ed economiche. Detto per inciso, affermo decisamente che credo assai poco che un Mattei fu fatto fuori dalle “sette sorelle”. Dati ambienti Usa erano probabilmente più che d’accordo con la sua eliminazione; tuttavia, certe mene sono state condotte pure (e soprattutto) all’interno da settori politici e industriali ben precisi, quelli che hanno sempre tradito e che ben più tardi furono pienamente favoriti dall’operazione “mani pulite”, che fece fuori la prima Repubblica salvando Pci e sinistra Dc quali servitori più abietti della potenza preminente. Lo stesso dicasi per l’eliminazione (non fisica) di Felice Ippolito, pur se questi si era persino iscritto al Pci (ma non gli fu sufficiente per salvarsi dall’estromissione con annessa galera).

Tornando al discorso principale, è chiaro che avere a disposizione masse di “diseredati” – strappati al loro mondo e sbattuti in uno, come il nostro, tanto diverso – è considerato una manna del cielo. Dobbiamo aspettarci che, in un certo senso, diminuirà (forse) l’appoggio americano agli “sradicati”, che saranno invece accolti, nutriti, remunerati dai nostri gruppi “dirigenti” felloni per impedirci, con azioni violente e tali da indurre paura, di liberarci di loro. Se ancora qualcuno crede – e le “opposizioni” nel nostro paese (e non solo) ci credono – di prevalere con il voto, si accorgerà di aver favorito i giochi di questi opportunisti e “brutti ceffi”, assai pericolosi per le nostre sorti.

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Per quanto mi riguarda, ritengo ormai finita definitivamente l’epoca in cui si poteva quanto meno illudersi sulla rivoluzione proletaria e sulla lotta dei popoli del terzo mondo. Chi ancora sostiene simili tesi è un sopravvissuto, ma in via di scomparsa. E’ da un pezzo che la pretesa lotta di classe si era ridotta a semplice lotta sindacale per migliori condizioni di vita e di lavoro, per opporsi ai licenziamenti, ecc. Nulla di rivoluzionario e nemmeno di riforma sostanziale del sistema detto capitalistico. I mutamenti che questo ha subito sono stati provocati dal conflitto tra gruppi dominanti. Quanto alla lotta antimperialista dei popoli del terzo mondo, è pur essa finita da un pezzo. Siamo arrivati al punto che pretesi antimperialisti e addirittura comunisti hanno appoggiato rivolte tipo quella che ha abbattuto Gheddafi e altre del genere, assolutamente organizzate e dirette proprio dai centri di potere detti imperialisti; e soprattutto proprio quelli della potenza ancora predominante. Quindi i comunisti e gli antimperialisti sono o dei farabutti venduti a chi sostengono di combattere o dei perfetti decerebrati resi ottusi da tutte le disillusioni sofferte. Gente da buttare al macero e dalla quale guardarsi; anch’essi, come quote degli immigrati, potrebbero essere reclutati dai gruppi dominanti per azioni violente e assassine contro chi comunque comincia almeno ad essere malcontento della nuova fase storica che avanza.

Borghesia e proletariato (classe operaia sostanzialmente), che hanno per tanto tempo illuso circa la possibilità che il loro conflitto potesse portare ad una nuova formazione sociale, si sono evidenziate per decantazione del “Terzo Stato” in seguito a processi sociali successivi soprattutto alla rivoluzione francese del 1789 e a quella detta “industriale”, sfociati nel ben noto “quarantotto” (del XIX secolo), sommovimento soffocato in breve tempo ma con esiti pur sempre di passaggio d’epoca e di lungo periodo. Per troppo tempo, proprio i marxisti (e il movimento operaio in specie nella sua componente divenuta poi rete dei partiti comunisti con la III Internazionale) hanno continuato a pensare a questo tipo di lotta credendo alla messa in moto – soprattutto dopo la rivoluzione d’ottobre in Russia – della “costruzione del socialismo” (la prima fase della società comunista).

I gruppi che hanno preso il potere in tale paese hanno poi promosso un intenso processo di industrializzazione – e per merito del nucleo staliniano privo delle “manie” di certi comunisti di promuovere la rivoluzione internazionale, intenzione che avrebbe solo portato all’indebolimento e poi dissoluzione dell’URSS già prima della seconda guerra mondiale – senza tuttavia comprendere che un simile processo comportava la riduzione della classe operaia di fabbrica e la crescita dei cosiddetti “ceti medi”, assimilabile in senso molto lato a una sorta di nuovo “Terzo Stato”, in cui non si sono ancor oggi affermati autentici processi di decantazione. Questo, nel dopoguerra già con Stalin ma in modo accentuato nel periodo successivo, è stato uno dei motivi delle difficoltà crescenti dell’Urss seguite poi dalla sua dissoluzione (assieme al “campo socialista”); altro che le sciocchezze sesquipedali raccontate sui meriti di Reagan, che avrebbe annientato l’Urss costringendola ad eccessive e insostenibili spese militari.

Indubbiamente, nei paesi del capitalismo (non quello borghese, ma “all’americana”), si è avuta molta maggiore elasticità e si è assicurato lo sviluppo, dando anche libero sfogo al crescere di tali ceti medi; con il formarsi di quella conformazione “a botte” della distribuzione del reddito, che vede appunto una bella rotonda “pancia” nei suoi strati centrali. Da alcuni anni – e soprattutto dopo la fine del “socialismo reale” e dell’Urss e l’inizio di quella crisi di stagnazione di lungo periodo (da me assimilata a quella di fine ‘800), non semplicemente economica bensì soprattutto legata alla sregolazione del sistema complessivo – si sta assistendo ad una qualche decantazione di questo ceto medio; che tuttavia viene solo studiata sul piano della distribuzione del reddito (non più “a botte” bensì tendente alla forma piramidale) mentre non viene affatto capito quale possibile conformazione assumerà la stratificazione sociale e la differenziazione, forse un giorno nettamente conflittuale, tra i diversi ceti oggi ricompresi in quello medio.

I soliti sopravvissuti marxisti e comunisti, in anni relativamente recenti, hanno ancora voluto interpretare tale processo in termini di proletarizzazione dei tecnici e specialisti, soprattutto quelli dei settori produttivi. Basta con queste vecchie e svianti tesi. Vogliamo riconsiderare attentamente i fenomeni di fine XIX secolo e primi anni del XX? La crescita del cosiddetto “movimento operaio” e la non ben intesa accentuazione della separazione e conflitto tra borghesia e, appunto, classe operaia (sempre usata come sinonimo di proletariato), ha causato errori grossolani. Non ci si è accorti che le rivoluzioni “proletarie” del XX secolo sono state eminentemente contadine; i gruppi dirigenti (in Urss all’inizio e poi in Cina e altri paesi sempre più sottosviluppati tipo Cuba e Vietnam, ecc.) hanno continuato a credere che, in definitiva, lo spirito rivoluzionario albergasse pur sempre negli operai (le cui fila crebbero semmai dopo la rivoluzione e l’industrializzazione; e dove fu possibile, non certo a Cuba ad esempio).

Invece, le masse che seguivano le élites rivoluzionarie erano contadine e non minimamente interessate al comunismo (non a caso, dopo la rivoluzione sovietica si dovette dar vita alla NEP per un bel po’ d’anni). Alla fine s’impresse la svolta dell’industrializzazione accelerata, credendo che la forte crescita (iniziale) della “classe operaia” (sempre pensata quale autentico “soggetto rivoluzionario”) avrebbe consentito ai gruppi dirigenti, arroccatisi nel controllo del partito/Stato, di svolgere infine la loro funzione di guidare la transizione verso il socialismo e infine comunismo. Accadde invece che si formarono e ingrossarono ceti medi conculcati nelle loro aspirazioni di crescita sociale (e di reddito). A questo punto quei gruppi dirigenti assunsero una conformazione rigida, fortemente centralizzata, priva di veri processi di ricambio che non fossero segrete lotte intestine con esiti micidiali, sempre con il complesso dell’accerchiamento e dell’attacco da parte dei nemici. Ci fu malgrado tutto e per un discreto periodo di tempo la capacità di incrementare soprattutto i settori della potenza militare con gli annessi processi di ricerca tecnologica; però a tal fine specialmente indirizzati. In definitiva, venne a mancare la capacità di dirigere una società via via più complessa e differenziata, con gli esiti cui abbiamo infine assistito.

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In definitiva, il movimento operaio – una volta prodottasi la precipitazione e decantazione del Terzo Stato – ebbe il suo periodo di maggior vigore con la II Internazionale, tra il 1889 e il 1914, cioè nel periodo in cui si ebbe la sregolazione mondiale con crescita del multipolarismo, cioè con l’enuclearsi di potenze quali Usa, Germania e, appena più tardi, il Giappone, che entrarono in sempre più accentuato conflitto tra loro e con l’Inghilterra, la potenza preminente a lungo nel XIX secolo. Con le potenze maggiori continuarono a sussistere quelle minori (per certi versi subpotenze) tipo Francia e Russia. In ogni caso, il policentrismo acutamente conflittuale durò fino alla seconda guerra mondiale. Già nella prima, però, a ben considerare oggi gli andamenti di allora, il movimento operaio era esaurito nella sua valenza supposta trasformatrice della formazione sociale detta capitalistica. Si svilupparono invece rivoluzioni a base contadina (pur guidate da élites ancorate al comunismo e marxismo) che, come già detto, hanno fallito nei compiti postisi pur provocando nel mondo ampi mutamenti, ma non in direzione del socialismo. La precedente società capitalistica (pensata sul modello inglese così come aveva fatto Marx, che non poté ovviamente vedere gli sviluppi successivi) fu trasformata dagli Stati Uniti, divenuti la potenza predominante in mezzo mondo se non più.

Durante il periodo di progressiva affermazione del multipolarismo a partire da fine ottocento, si ebbe appunto la sregolazione del sistema internazionale, la stagnazione del 1873-96 (non generale e non priva di momenti di qualche ripresa), il prodursi della seconda rivoluzione industriale, infine la progressiva diminuzione relativa (in percentuale di lavoratori complessivi) degli operai e lo sviluppo del ceto medio, che mise in crisi il vecchio modello capitalistico (e non fu, come già detto, ben affrontato in tutti i paesi in cui si è verificata la presa del potere da parte di movimenti definitisi comunisti); fu il capitalismo americano ad affermarsi e ad avere successo nell’“assorbire” e rendere vitale questa modificazione sociale. In effetti, qualcosa di simile, in relazione ai ceti medi, fu tentato dal movimento detto fascista; e bisognerà afferrare meglio come mai fu sconfitto e non soltanto, credo, secondo le modalità belliche.

L’importante è tenere conto che le trasformazioni delle strutture dei rapporti sociali, accompagnate da fenomeni economici quali stagnazione e crisi, si produssero soprattutto nell’ambito dell’acutizzarsi dei conflitti legati alla nascita di nuove potenze, subpotenze, accompagnata dalla subordinazione (più o meno accentuata) di molti paesi situati nelle loro sfere d’influenza. Si trattò di quei fenomeni tipici del cosiddetto imperialismo; e anche Lenin – proprio in polemica con marxisti “invecchiati” quali Kautsky e altri secondinternazionalisti – definì l’imperialismo non come colonialismo bensì come conflitto tra potenze per le sfere d’influenza. Da questo punto di vita, il più recente terzomondismo fu proprio una tarda degenerazione della visione sostanzialmente kautskiana, pur facendo riferimento al neocolonialismo di impronta americana invece che a quello di più antica tradizione (anglo-francese).

Oggi sembra che ci si stia effettivamente avviando ad una nuova fase multipolare con alcuni fenomeni già visti in passato quali la sregolazione mondiale con fase di stagnazione in molti paesi del mondo (e specialmente in Europa al momento). Siamo pure in forte mutamento tecnologico nell’ambito di quella che viene detta quarta rivoluzione industriale (forse è soltanto una accentuazione della terza, ma non cambia molto la sostanza del problema). E stanno verificandosi fenomeni di decomposizione e decantazione (precipitazione) all’interno dei ceti sociali definiti medi. Per il momento constatiamo, economicisticamente, la modificazione del “modello a botte” nella distribuzione del reddito (nei paesi a capitalismo più avanzato, di tipologia americana). Non è escluso che infine un “novello Marx” individui la nuova stratificazione in atto; così come egli vide e teorizzò quella tra borghesia e proletariato, cioè tra ceti di proprietari capitalistici e ceti operai dei settori industriali.

E’ quindi rilevante al momento – dopo aver dato un calcione definitivo a tutte le vecchie ciance sulla lotta di classe, sulle “meraviglie” o i “crimini” del comunismo e, ovviamente, del fascismo; a seconda del particolare orientamento di stupidi ideologi e politicanti che ancora pullulano nei media dove possono parlare solo loro, conducendo al più degradante livello di imbecillità umana – seguire il crescere dei conflitti tra i vari paesi nel nuovo multipolarismo in fase di crescita. Si dovranno afferrare bene quali saranno le nuove potenze e subpotenze in conflitto tra loro e con gli Usa; e come andranno configurandosi le nuove sfere d’influenza con i vari paesi soggetti a più o meno accentuata subordinazione a quelli più forti.

Marx commise l’errore (e noi con lui) di pensare un solo modello di capitalismo che si sarebbe diffuso a macchia d’olio in tutto il mondo; secondo la sua ferma convinzione, la causa del suo formarsi e affermarsi era la divisione del Terzo Stato in borghesia e proletariato, che si sarebbero affrontati in vista della trasformazione rivoluzionaria dell’intera formazione sociale ad opera del secondo. Egli sostenne inoltre che la lotta tra classi dominanti e dominate aveva caratterizzato l’intera storia dell’umanità. Sembra forse più convincente un rapporto causa-effetto inverso a quello da lui considerato. Il conflitto tra gruppi dominanti – che si sono serviti di quello che chiamiamo Stato, però assai diverso in tempi diversi – ha provocato radicali trasformazioni sociali con l’emergere di nuovi gruppi e ceti dominanti e dominati e il decadere dei precedenti. Nel passaggio dal feudalesimo al capitalismo, ad esempio, tali lotte condussero alla decadenza dei ceti nobiliari e nel contempo, ovviamente, anche a quella dei servi della gleba. Sono emersi altri ceti che poi sono andati differenziandosi al loro interno; e date minoranze – quelle effettivamente dimostratesi in grado di dirigere i processi di trasformazione – hanno preso il potere, subordinando altri strati sociali.

Dobbiamo quindi oggi seguire con attenzione il conflitto tra gruppi dominanti, che si servono degli Stati nella loro versione moderna. E’ per questo che nel momento presente risalta con tutta la sua evidenza, dato l’accentuarsi del multipolarismo, il conflitto tra Stati. In seguito a quest’ultimo andrà accentuandosi quello tra gruppi sociali, rappresentati dai loro nuclei di tipo politico che si battono in base alle varie mosse strategiche poste in essere. E sono essi, in definitiva, a perdere o vincere, assegnando la supremazia ad alcuni di questi gruppi sociali e assoggettandone altri. Dobbiamo favorire l’accentuarsi del multipolarismo e quindi volgerci a quei nuclei politici che si pongono in quest’ottica. E dobbiamo appoggiare quelli che si pongono in antagonismo netto con chi si adopera per far restare il nostro paese puramente assoggettato nella sfera d’influenza di altre potenze.

Certamente, così comportandoci, dobbiamo pure restare vigili di fronte ai fenomeni sociali (riguardanti insomma la struttura dei rapporti tra gruppi sociali) per rilevare, appena possibile, quale decantazione avverrà in quelli che oggi indichiamo genericamente come ceti medi. Alla fine emergeranno delle divisioni più nette e si vedrà quali strati sociali favoriranno mutamenti da potersi ritenere un avanzamento progressivo e quali invece difenderanno quanto verrà considerato l’ancoraggio a vecchi sistemi di rapporti, pericolosi perché apportatori di degrado e disfacimento della nostra società.

Qui però mi fermo, avendo, credo, apportato qualche elemento per orientarci nell’analisi dei nuovi fenomeni in fase di svolgimento. Tuttavia, spero anche di aver fatto comprendere quanto siamo indietro in tale analisi e come siamo impediti in essa dalla presenza di gruppi (sub)dominanti asserviti alla potenza ancora predominante; gruppi che fanno parlare solo i “loro” intellettuali, di grande presunzione e di ancor maggiore lentezza di pensiero. Mettiamoci in marcia, invece!

 
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